Il dolore: alla ricerca di un po’ di visibilità

Pur non essendo scrittori affermati come il nostro caro Snoopy, dobbiamo dire che ci riconosciamo, e lo comprendiamo, nel momento di blocco creativo che lo sta cogliendo durante la scrittura. Sì, anche per noi è facile parlare di emozioni ed eventi positivi ma, quando si tratta di dolore, spesso preferiamo cambiare discorso in fretta. Perché non è facile, né comune, parlare del dolore. Questo è in parte naturale, insito nella logica di quest’emozione: evitiamo ciò che ci fa male. Ma il dolore al giorno d’oggi sembra uscito di scena, o meglio, è evidente che questa uscita di scena non è ancora avvenuta, ma abbiamo preferito relegarlo in momenti e ambienti circoscritti delle nostre vite. Pensiamo a quanto, per esempio, stiamo allontanando il dolore dalla vita quotidiana: quando una persona sta male la portiamo all’ospedale, luogo adibito a prendere in carico le persone dolenti, se poi questo dolore non è fisico ma psicologico o esistenziale lo indirizziamo allo psicoterapeuta o al Centro di Salute Mentale più vicino; quando lo vediamo in tv si tratta sempre del dolore di qualcun altro a noi lontano, se lo incontriamo più da vicino spesso riguarda i parenti o pochi intimi, magari riguarda il sacerdote a cui è richiesta vicinanza o di officiare un rito. Ogni tanto riguarda anche noi, direttamente, ma cerchiamo di fare in modo di superare in fretta l’accaduto per continuare con le nostre vite. 
Non credo sia questo il luogo per dire cosa sia giusto o sbagliato, ma, con le parole di Michel Foucault, possiamo constatare che oggi abbiamo rimosso l’evento doloroso dall’esperienza comune, relegandolo nei luoghi competenti. Questo è senz’altro un fenomeno su cui oggi ci interroghiamo: dal momento che il dolore è un’emozione che ci accomuna tutti, perché risulta così difficile viverla insieme, mostrarla e renderne gli altri partecipi in uno spazio comune? Pensiamo alla difficoltà nel comunicare quando stiamo male: “Tutto bene?” “Sì, grazie”. Così, troppo spesso, si chiudono le nostre comunicazioni sul dolore. L’emozione da gestire in solitudine.

Certo, il dolore fa male, ma non ci fa del male, non ci danneggia. Questo è quello che emerge se ci avviciniamo a studiare cos’è il dolore e ad approfondirne il senso. Il dolore è l’emozione che ci segnala che qualcosa non va, che qualcosa sta nuocendo a noi o al nostro corpo, e che ci obbliga a prenderci cura di noi e degli altri che stanno male. 
Una particolarità del dolore è che, nella nostra cultura, siamo abituati a distinguere il dolore fisico da quello interiore, o psicologico. Il primo è una sensazione di sofferenza soggettiva che nasce in presenza di uno stimolo avvertito come nocivo o riduttivo del benessere corporeo. Il secondo viene invece considerato una delle tonalità affettive di base che accompagnano l’esistenza. Questo articolo vuole concentrarsi sul cosiddetto “dolore psicologico”, tralasciando (almeno in parte) quello fisico, di natura traumatica o dovuto a delle patologie. Freud (1925, pag. 316) ritiene che i due tipi di dolore siano in realtà sovrapponibili: “Il passaggio dal dolore fisico al dolore psichico corrisponde alla trasformazione da un investimento narcisistico (quello legato alla parte del corpo compromessa) a un investimento oggettuale (legato a un oggetto esterno)”. Secondo l’Autore, la mancanza di un oggetto esterno – una persona a noi cara per esempio – provoca a livello emozionale un dolore paragonabile a quello patito a causa di una lesione a una parte del nostro corpo. In entrambi i casi, esso è un avvertimento che serve a evitare un danno maggiore e, in ultima istanza, la morte. In questa sua funzione, il dolore si configura come un’emozione fondamentale per la sopravvivenza

“Il dolore fa male, ma non ci fa del male, non ci danneggia. Il dolore è l’emozione che ci segnala che qualcosa non va, che qualcosa sta nuocendo a noi o al nostro corpo, e che ci obbliga a prenderci cura di noi e degli altri che stanno male.” 

Come avviene per tutte le emozioni, anche l’esperienza dolorosa è profondamente radicata nel corpo. Il dolore interiore viene percepito nella parte centrale e bassa del busto, in corrispondenza del cuore e dell’addome, ed è una sensazione che si dilata in tutto il corpo. Nel dolore vengono meno le energie per investire e impegnarci verso l’ambiente esterno e questo ci obbliga a occuparci prima di noi stessi. È quindi un’emozione che ci fa volgere verso l’interno. Il pianto è la manifestazione caratteristica del dolore, funzionale al rilassamento e alla riduzione degli stati emotivi spiacevoli. Esso ha anche un’evidente funzione comunicativa; infatti veicola un’implicita richiesta di aiuto e stimola l’altro a fornire conforto e vicinanza. Far niente, chiudersi, isolarsi, lasciarsi attraversare dalla tristezza o addirittura coltivarla, sono comportamenti comuni in risposta al dolore che richiamano il bisogno di ritagliarsi uno spazio per sé. Anche cercare di dormire è una cosa buona, quando ci si riesce; infatti, per chi sta male (pensiamo a chi è malato) dormire è un dono dal cielo. È anche possibile reagire al dolore: quest’ultimo può spingere a migliorare e a parlare con chi ha fatto del male, portando quindi al confronto, ad arrabbiarsi, reazione sensata e funzionale quando una persona ritiene che il dolore provato sia immeritato. In questo caso la rabbia può essere di sostegno perché dà energia, quell’energia che il dolore toglie. Infine, c’è anche chi prova paura davanti alla sofferenza. Si tratta di una reazione naturale che evidenzia quanto il dolore non sia desiderato e come cerchiamo di evitarlo in tutti i modi. 

Quando comunichiamo il dolore alle altre persone, questo stimola risposte di vicinanza e di aiuto per superare questo stato. Tra questi comportamenti emergono l’ascolto empatico, il tentativo di approfondire i motivi, di consolare, aiutare, tranquillizzare, anche far sorridere o tirar su (tramite il sorriso o l’umorismo). Nel complesso, genera nelle persone la volontà di intervenire in qualche maniera e un atteggiamento di apertura e comprensione, pure di condivisione nel pianto. Il dolore altrui, inoltre, impone cautela e tatto nella relazione, caratterizzata dall’attenzione a non procurarne altro. Quello che emerge, di fronte al dolore, non è quindi giudizio o riluttanza, ma aiuto e comprensione nell’affrontare ciò che ci fa stare male in quel momento. La risposta di vicinanza è in linea con la funzione del dolore, ovvero far sì che ci prendiamo cura di noi stessi nel momento del bisogno. Di più, non solo ci prendiamo cura di noi stessi, ma gli altri sono invogliati, se lo comunichiamo, a fare lo stesso.

È per questo che, nel momento in cui il dolore sparisce dallo spazio pubblico, abbiamo un problema. Poiché l’elaborazione del dolore, tramite la realizzazione del suo senso nella reciproca vicinanza, avviene nella relazione, quindi all’interno di uno spazio comune. La recente pandemia, ci ha ricordato che il dolore è una condizione esistenziale ineliminabile della vita. Il rischio è quello di relegarlo agli ospedali e a dei numeri che ci vengono quotidianamente presentati, privi di storie e di volti. Tutto questo, pur difendendoci in qualche modo dalla difficile realtà, ci toglie la possibilità di partecipare al dolore collettivo e di elaborarlo assieme. Solo riconoscendo che quel dolore è anche nostro e lasciando spazio alla dimensione tragica dell’attuale situazione potremo imparare veramente qualcosa da essa: che il dolore c’è, fa parte dell’esistenza, e che è proprio lui che, se accettiamo di attraversarlo, ci indica la strada per superare gli eventi che ci fanno male.

FONTI

Casriel, D. (1972). A scream away from happiness. New York: Grosset & Dunlap.

Cornegliani, T. (2011). La centralità del dolore nella vita dell’uomo. URL=https://www.brainfactor.it/la-centralita-del-dolore-nella-vita-delluomo/

D’Alessandro, D. (2021). Le riflessioni di Byung-Chul Han: quanto dolore possiamo accettare?. URL=https://www.huffingtonpost.it/entry/covid-e-morte-quanto-dolore-possiamo-accettare_it_6040e317c5b6d7794ae47992?utm_hp_ref=it-dolore

De Bortoli, G. (2014). Riflessioni sul laboratorio alla scuola media di Cona. Manoscritto inedito, ultima modifica maggio 2014.

Freud, S. (1925). Inibizione, sintomo e angoscia. Opere, Vol. X. Torino: Bollati Boringhieri.*

Galimberti, U. (2018). Nuovo Dizionario di Psicologia. Milano: Feltrinelli.

Genuin, A. (2020). Bonding Psychotherapy: valutazione dell’efficacia dei gruppi residenziali.

Travaini, N. (2019). Il dolore maestro di connessione. TED Talks. URL=https://www.youtube.com/watch?v=kfpJgsxHq1o

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