Il metodo scientifico: l’evidenza che nasce dal dubbio

Sicuramente, un effetto collaterale – positivo, per fortuna – della pandemia in corso è stato quello di riportare all’attenzione il funzionamento della comunità scientifica. Certo, abbiamo sempre immaginato i nostri scienziati dispersi in aule universitarie, laboratori e studi, impegnati tra esperimenti e teorie, ma, mai come ora, ci siamo resi conto che il loro lavoro riguarda anche noi e ci coinvolge tutti in prima persona.

Sì, la scienza!
Sono moltissime le cose che quotidianamente possiamo fare solamente grazie alle conoscenze che essa ci ha fornito: al mattino ci alziamo, riscaldiamo il latte nel microonde, ci asciughiamo i capelli col phon e prendiamo l’auto per andare al lavoro non prima di esserci assicurati di avere lo smartphone in tasca… Questi sono solo alcuni semplici esempi dell’impatto che la scienza ha sulla vita di tutti noi ma, nonostante l’ovvietà della cosa, la consapevolezza che avere il telefono in tasca non sia una cosa scontata, ma l’esito di anni, addirittura secoli, di lavoro e scoperte, a lungo non ci ha nemmeno sfiorato.

Ora, la crisi pandemica, che ci ha posto dinnanzi a un qualcosa di sconosciuto ma – sicuramente – per noi pericoloso, ha fatto sì che invocassimo con forza l’aiuto di medici e virologi, della comunità scientifica insomma. Ho usato il verbo “invocare” perché, troppo spesso, quello che abbiamo chiesto è stato un intervento salvifico da parte di chi “conosce le cose”, immaginando la scienza come una sorta “fabbrica di verità”, come qualcuno l’ha definita. Ma, purtroppo – e se ci pensiamo bene, anche per fortuna – la scienza non è questo. Essa non ha verità né conoscenze preconfezionate ma, di fronte ad un nuovo fenomeno, la scienza si interroga. Ma allora, come mai ci ha permesso di comprendere e fare così tanto, se non conosce come stanno le cose per davvero? Questo è stato possibile perché ciò che contraddistingue la scienza dalle altre comunità è che dispone di un metodo e di regole condivise per raggiungere il consenso attorno ad una conoscenza. Per chi non si occupa quotidianamente di tematiche scientifiche potrà sembrare strano, ma le conoscenze di cui la scienza dispone non sono altro che le spiegazioni e le teorie sui fenomeni che godono di maggior consenso all’interno della comunità scientifica. Per spiegare meglio questo passaggio, iniziamo ad esplorare qual è il metodo di cui la scienza si avvale.

“Ciò che contraddistingue la scienza dalle altre comunità è che dispone di un metodo e di regole condivise per raggiungere il consenso attorno ad una conoscenza.”

La scienza utilizza il metodo scientifico, anche detto metodo sperimentale. Non è una gran rivelazione, lo so, – tra l’altro il titolo vi aveva già spoilerato tutto – ma proviamo ad analizzare nello specifico i vari passaggi che lo costituiscono.

La prima fase del metodo scientifico è quella dell’osservazione e della descrizione del fenomeno che ci si presenta. In questa fase risultano centrali gli strumenti d’osservazione, che permettono di potenziare i nostri sensi (pensiamo al microscopio o al cannocchiale per esempio), e una descrizione attenta e sistematica dell’evento oggetto di studio. Dall’osservazione nasce una domanda che diventa il motore dell’intero processo: si cerca infatti di dare risposta al quesito che nasce. Popper, famoso filosofo ed epistemologo del ‘900, afferma addirittura che non esiste un’osservazione neutrale, sostiene invece che ogni processo osservativo contenga già un’idea che lo guida (vogliamo sempre osservare “qualcosa” dopotutto…). Tralasciando, in questa sede, le implicazioni di quest’affermazione, procediamo con la terza fase: quella della formulazione di un’ipotesi. Si prova infatti a formulare una spiegazione alla domanda di partenza.

L’ipotesi deve successivamente essere convalidata tramite la verifica sperimentale (che in gergo comune chiamiamo esperimento): si procede quindi deducendo le conseguenze della nostra ipotesi di partenza in una logica “se…allora”, e si testa il verificarsi o meno di queste condizioni postulate dall’ipotesi. Una volta raccolti i dati ottenuti tramite l’esperimento, si passa all’analisi dei risultati, che possono verificare o meno l’ipotesi di partenza, e quindi all’elaborazione di una legge. La legge deve poi poter essere integrata nell’insieme delle teorie e delle conoscenze già possedute.

L’ultimo passaggio è quello della pubblicazione dei risultati della ricerca. Si tratta di un passaggio fondamentale perché consente la verifica dei risultati ottenuti da parte dell’intera comunità scientifica. Un risultato per poter essere definito “scientifico” deve infatti poter essere ripetibile e riproducibile, dove per ripetibilità si intende la possibilità di ripetere le misurazioni lasciando intatte le condizioni sperimentali mentre per riproducibilità si fa riferimento al fatto che i risultati dell’esperimento possano essere ottenuti variando alcune condizioni di misurazione. Il primo criterio assicura l’accuratezza delle misurazioni effettuate, il secondo permette di confermare i risultati adottando sistemi e punti di vista differenti. Un ultimo criterio fondamentale di una teoria scientifica, come ampiamente argomentato da Popper, è che può essere falsificabile. Questo significa che da una teoria dev’essere possibile dedurre delle conseguenze da controllare nei fatti, in altre parole dev’essere possibile verificarla o falsificarla (se da A si deduce B e B è falso, allora è falso anche A).

Dopo aver presentato in modo sintetico il metodo di cui la scienza si avvale è possibile comprendere perché le conoscenze scientifiche non sono altro che le leggi e teorie che attualmente godono di un maggior consenso. Questo avviene, semplicemente, perché una teoria, una legge o una conoscenza scientifica è valida solamente finché non trova un elemento che la confuta (una falsificazione appunto); non possiamo mai sapere se una teoria è vera e definitiva, ma, senza dubbio, è il miglior mezzo che in questo momento abbiamo per spiegare un fenomeno.

Ecco quindi: la scienza non ha verità e non possiamo aderire alla propaganda che vuole proporre un’immagine granitica di questa istituzione. La scienza ha un metodo, un metodo che ha condotto lontano e che ancora può darci molto. La scienza è un processo in divenire, che per progredire necessita di mettere sempre in dubbio ciò che si è acquisito, interrogarsi e andare ad approfondire. Tutto questo ha bisogno di tempo, di dubbi e domande, di attenzione ai dettagli, di esclusioni di possibili spiegazioni alternative. È importante quindi non pretendere o ricercare, ingenuamente, verità assolute o immediate nella scienza – essa non è una nuova religione – ma, da cittadini pienamente coinvolti e direttamente interessati dal progresso della scienza, iniziare sempre di più a comprendere come essa procede e come si giunge all’acquisizione di nuove conoscenze. Per sua natura, ogni risultato scientifico può essere controllato e confutato, ma l’opinione pubblica non può decidere sulla correttezza di tali risultati – così come non può decidere sull’accuratezza delle formule di Einstein o delle leggi della divisione cellulare – se non facendosi partecipe dello stesso metodo tramite il quale essi sono stati ottenuti, prestando attenzione ai dettagli, alle sfumature e sottoponendo i propri risultati ad una comunità di esperti che possa a sua volta controllare tali nuove evidenze.

“L’opinione pubblica non può decidere sulla correttezza di tali risultati – così come non può decidere sull’accuratezza delle formule di Einstein o delle leggi della divisione cellulare – se non facendosi partecipe dello stesso metodo tramite il quale essi sono stati ottenuti”

BIBLIOGRAFIA

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Suman, F. (2020). Quanto fa male l’idea di una scienza fatta di “certezze inconfutabili”. URL: https://ilbolive.unipd.it/it/news/quanto-fa-male-lidea-scienza-fatta-certezze?fbclid=IwAR23SNpXi3JRWtUsbA-tOEy3_BgZKw4FzX2QCpEMmOIYkHtWn1F_9xUeUaE

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