Dalla Conferenza di Stoccolma alla COP26

Il percorso verso l’Agenda 2030, e oltre – Parte prima

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Vi avevamo già parlato del percorso che aveva lentamente portato alla definizione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, partendo dalla Conferenza di Stoccolma, iniziando la nostra primissima Rubrica del Weekend alcuni mesi fa. Nel corso delle puntate, avevamo potuto valutare insieme lo stato di avanzamento della situazione globale, continentale e italiana verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati per l’anno 2030, definendo un quadro piuttosto preoccupante nella maggior parte dei casi. Sono passati pochi giorni dalla conclusione della COP26 (Conference of the Parties), tenutasi a Glasgow, nel Regno Unito, dal 31 ottobre al 12 novembre con lo scopo di rinnovare e rafforzare notevolmente l’impegno degli stati membri dell’ONU (firmatari dei documenti di Rio 1992), finora risultato tutt’altro che sufficiente, per il raggiungimento degli obiettivi già contenuti nell’Agenda 2030, e definirne alcuni aggiuntivi per la metà del secolo. Con questo articolo, diviso in due puntate, vogliamo portarvi alla scoperta del lungo percorso delle conferenze sul clima in modo più approfondito.

Nel 1972 ha luogo a Stoccolma la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, anche detta Conferenza di Stoccolma, durante la quale viene approvata la Dichiarazione di Stoccolma con i suoi 26 principi. La Conferenza fu simbolo di un interesse crescente verso il tema della conservazione delle risorse del pianeta e portò tra l’altro alla creazione dell’UNEP (United Nations Environment Programme) che avrà di lì in avanti il compito di coordinare gli sforzi globali per la sostenibilità e la salvaguardia dell’ambiente. Alla conferenza parteciparono le rappresentanze di 114 Paesi, e i documenti che vennero creati andarono ad influenzare da quel momento in poi la legislazione ambientale, soprattutto sulla base dei 26 principi enunciati in quella che sarà chiamata Dichiarazione di Stoccolma, ma anche considerando le 109 raccomandazioni specifiche contenute nel Framework for Environmental Action stilato nella medesima occasione. In particolare, la Dichiarazione rappresenterà un manifesto dei diritti umani e del riconoscimento della necessità di azioni concrete per la salvaguardia ambientale (Boudes, 2014). Vengono citati i diritti fondamentali “alla libertà, all’eguaglianza e a condizioni di vita soddisfacenti”, sottolineando la responsabilità dell’uomo nei confronti dell’ambiente a cui deve garantire protezione e miglioramento per le generazioni future. Viene anche evidenziata la necessità di salvaguardare attivamente tutte le risorse naturali della Terra e preservare la capacità della stessa di produrre risorse rinnovabili, le risorse non rinnovabili dovranno invece essere utilizzate ed amministrate in modo da evitarne il completo esaurimento, a beneficio delle generazioni future; l’inquinamento di qualsiasi genere dovrà essere attivamente contrastato. Si individua nello sviluppo economico e sociale l’unico modo “per assicurare all’uomo un ambiente di vita e di lavoro favorevole e per creare sulla Terra le condizioni necessarie al miglioramento del tenore di vita”, incoraggiando l’adozione di politiche ecologiche e la messa a disposizione di “risorse atte a conservare e migliorare l’ambiente”. Al fine di migliorare l’efficacia degli Stati nel raggiungimento degli obiettivi, si incoraggia una accorta pianificazione e amministrazione di interventi e risorse, nonché l’educazione sui problemi ambientali, da svolgersi fra tutte le classi di età. La ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico dovranno essere strumenti di crescita sociale ed economica, al fianco di una aperta collaborazione fra gli Stati (ONU, 1972). 

Nel 1983 viene istituita, in seguito ad una risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, la Commissione mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (World Commission on Environment and Development, WCED), con il compito di elaborare un’agenda globale per il cambiamento. La Commissione, sotto la guida di Gro Harlem Brundtland, pubblicò a questo scopo il cosiddetto Rapporto Brundtland nel 1987, che inizia così: “Ambiente e sviluppo non sono realtà separate”. Si mette quindi in luce in tutto il testo del Rapporto la stretta connessione che esiste fra il comportamento umano, le condizioni del pianeta su cui viviamo e le possibilità di sviluppo che questo ci offre come riflesso delle nostre azioni. In questo contesto, nasce il concetto di sviluppo sostenibile, vale a dire quello sviluppo che consente alla generazione presente di soddisfare i propri bisogni senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri(WCED, 1987); in altre parole, si definisce come uno sviluppo che possa conciliare la crescita del benessere collettivo con la salvaguardia delle risorse naturali e umane, in modo da garantire la continuità futura del processo migliorativo. Il Rapporto Brundtland individuava nel contrasto fra povertà del sud e modelli di produzione e di consumo non sostenibili del nord del mondo la principale causa dei problemi globali legati alla scarsa salvaguardia dell’ambiente (“1987: Rapporto Brundtland”, n.d.), e si chiude con l’individuazione di tre aree di impegno comune:

  1. L’interdipendenza ecologica ed economica evidenzia la necessità di salvaguardia dell’integrità ecologica del patrimonio terrestre da parte di tutte le nazioni;
  2. La violenza e le guerre sono elementi destabilizzanti per l’ambiente, che viene danneggiato, e per lo sviluppo sostenibile, cui sottraggono risorse cospicue;
  3. Integrazione e interdipendenza di processi e obiettivi sono aspetti fondamentali da tenere in considerazione per una corretta amministrazione in direzione dello sviluppo sostenibile (“Il Rapporto Brundtland”, 2010).

Si passa quindi ad una vera pietra miliare del percorso verso l’Agenda 2030: sulla base dei contenuti del Rapporto, nel 1989 l’ONU decise di organizzare la United Nations Conference on Environment and Development (UNCED), in italiano Conferenza sull’Ambiente e lo Sviluppo delle Nazioni Unite, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992, cui parteciparono ben 172 governi e 108 capi di Stato o di Governo e 2,400 rappresentanti di organizzazioni non governative. Si discusse approfonditamente dei modelli di produzione in relazione alla produzione di tossine, dell’energia alternativa contro l’abuso di combustibile fossile, dei trasporti in relazione alle emissioni, al traffico e allo smog e della crescente scarsità di acqua. Molti furono i documenti ufficiali prodotti durante la Conferenza di Rio, fra cui:

  • La Dichiarazione di Rio sull’ambiente e sullo sviluppo, in cui si raccolgono in 27 principi i diritti e le responsabilità delle nazioni per lo sviluppo sostenibile;
  • L’Agenda 21, una sorta di manuale per lo sviluppo sostenibile “da qui al XXI secolo”, in cui si istituisce tra l’altro il giorno internazionale dell’acqua nella data del 22 marzo;
  • La Convenzione sulla diversità biologica, per la tutela della biodiversità e l’utilizzazione durevole dei suoi elementi;
  • La Dichiarazione dei principi per la gestione sostenibile delle foreste (“Summit della Terra”, 2020).

Il più importante documento nato dalla Conferenza di Rio fu però la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change, UNFCCC), che dichiara letteralmente: “Gli esseri umani sono al centro delle preoccupazioni per lo sviluppo sostenibile. Essi hanno diritto ad una vita sana e produttiva in armonia con la natura” (WHO, 2010). 

(Continua)

L’elenco delle fonti citate in questo articolo verrà pubblicato in coda alla seconda parte dello stesso.

Credits: Photo by Photo Boards on Unsplash

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