La povertà, figlia dell’epoca moderna

La teoria del Sistema-Mondo di Wallerstein

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La teoria della dipendenza, di cui abbiamo parlato nell’articolo di giovedì scorso (11 marzo 2021) ha fornito uno spunto non trascurabile anche per la formazione della terza e ultima teoria che analizzeremo ora, la teoria del Sistema-Mondo, che per molti aspetti può essere considerata un suo sviluppo, se non addirittura un superamento. Si tratta del pensiero esposto nel libro “The modern world-system” del sociologo politico Immanuel Wallerstein (1930 – 2019), che trasse ispirazione anche dal filone di studi neo-marxisti guidato da Erik Olin Wright (1947 – 2019), nonché da quello degli esponenti dell’École des Annales, primo fra tutti lo storico francese Fernand Paul Braudel (1902 – 1985), che propose uno studio della storia della civiltà – la Nouvelle Histoire – basato sui cambiamenti a lungo termine e soprattutto sulle scienze sociali, in contrapposizione con la classica “storia degli avvenimenti”. 

Alla fine del periodo coloniale, Wallerstein visse in Africa, dove osservò da vicino i problemi del mutamento sociale e della modernizzazione, fenomeni tutt’altro che uniformemente distribuiti nei paesi del mondo. Da questa esperienza formulò il suo pensiero, il quale parte sostanzialmente dalla critica delle teorie dello sviluppo comuni nel dopoguerra, vale a dire quella liberale e quella marxista, entrambe basate per certi versi sulle premesse paradigmatiche del meccanismo evoluzionista espresso compiutamente dagli stadi di sviluppo di Rostow che abbiamo già visto in un articolo due settimane fa (4 marzo 2021). L’attacco a queste teorie viene incentrato soprattutto sulla loro visione limitata al singolo paese, alla singola identità nazionale sostanzialmente autonoma dalle altre, che rappresenta il modello economico da seguire: si tratta della Gran Bretagna prima e degli Stati Uniti poi per la visione liberale, e dell’Unione Sovietica per la visione marxista. 

Studiando, di fatto, la società mondiale come un unicum, Wallerstein afferma che le frontiere di una società non coincidono con lo Stato politico, pertanto non è possibile studiare il cambiamento sociale (ed economico) utilizzando come unità di analisi una Società-Stato, ma un sistema sociale più complesso, aperto e connesso che è il Sistema-Mondo: al suo interno vi è una essenziale “suddivisione del lavoro, tale che i vari settori e aree che lo compongono dipendano da scambi economici reciproci al fine di un continuo soddisfacimento dei bisogni dell’area stessa”. In quest’ottica, quindi, gli unici sistemi possibili sono i mini-sistemi, basati su un’economia chiusa di sussistenza e ormai scomparsi, l’Impero-Mondo, costituito da una vastissima unità politica (si pensi ai grandi imperi dell’antichità, che si sono via via andati a sostituire ai mini-sistemi inglobandoli) e l’Economia-Mondo, in cui non esiste un sistema politico comune, ma ogni parte del mondo è connessa alle altre tramite relazioni di tipo economico. 

A partire dal XVI secolo, come già osservato da Frank con la sua teoria della dipendenza, inizia a svilupparsi l’Economia-Mondo capitalistica europea, che avrà in questa regione del mondo il suo centro, grazie allo sviluppo tecnologico, alla creazione di organizzazioni statali relativamente forti e alla fondamentale possibilità di espansione geografica. Per quanto riguarda questo ultimo punto, emerge l’influenza del già citato Braudel, che definiva il capitalismo “figlio dell’organizzazione di uno spazio sicuramente smisurato e del lavoro altrui”, senza i quali non avrebbe potuto divenire un fenomeno tanto grande e forte. A questo punto, i nodi vengono al pettine, ed emerge la differenziazione sociale ed economica che alimenta l’arricchimento dei cosiddetti centri, in questo caso i paesi europei, che attingono materie prime a beni agricoli dalle periferie, termine utilizzato da Wallerstein per indicare gli altri paesi sfruttati e relegati in una condizione che non concilia lo sviluppo, almeno non ai ritmi raggiungibili dai centri. Questi, infatti, acquistano beni a prezzi bassi dalle periferie, alle quali impongono poi l’acquisto a prezzi alti dei beni “superiori”, vale a dire i prodotti finiti ricavati dai beni iniziali prodotti dalle periferie stessi. 

Questo sistema è però mutevole, e non rappresenta necessariamente uno schema dal quale il singolo paese non possa uscire in qualche modo: nel corso della storia, infatti, si sono sempre succeduti centri diversi, con l’ascesa di alcuni e il contemporaneo declino di altri, dimostrando dunque che il miglioramento della condizione dei paesi più arretrati è in qualche modo possibile. Per questo motivo, nella teoria del Sistema-Mondo, esiste una categoria transitoria tra i centri e le periferie, ovvero tra sfruttatori e sfruttati, costituita dalla semiperiferia, con paesi al tempo stesso sfruttatori delle periferie e sfruttati dai centri che possono essere periferie in crescita o centri in declino. 

Questo Sistema-Mondo si basa dunque su uno scambio ineguale, che “viene fatto valere dagli stati forti su quelli deboli; in questo modo, il capitalismo implica non solo l’appropriazione del plusvalore da parte del proprietario rispetto al lavoratore” all’interno della singola unità nazionale, “ma anche l’appropriazione del plusvalore dell’intera Economia-Mondo da parte delle aree centrali”. Il risultato del processo di sviluppo di questo modello capitalistico, che dalla fine del XIX secolo ha ormai carpito tutte le zone del pianeta, porta quindi ad una polarizzazione gerarchica del Sistema-Mondo, in cui le differenze sociali tra le diverse zone della Terra fanno emergere la distinzione tra sviluppo e sottosviluppo, tra benessere e privazione, tra ricchezza e povertà.

FONTI (per l’intera serie “La povertà, figlia dell’epoca moderna”):

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Crediti: Photo by Madison Kaminski on Unsplash
“Set of Dollar Bills”

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