Solaris. Il miracolo crudele della conoscenza


Alle diciannove, ora di bordo, mi feci strada tra gli uomini schierati intorno al pozzo e lungo i gradini metallici mi calai nell’abitacolo. C’era appena lo spazio per sollevare i gomiti. Appena ebbi avvitata la bocchetta nella presa sporgente dalla parete lo scafandro si gonfiò e da quel momento non potei più fare il minimo movimento. Stavo, o per meglio dire, penzolavo dentro un letto d’aria incorporato in un tutto unico con la corazza metallica.

Così inizia Solaris di Stanislaw Lem, un romanzo ambientato in un lontanissimo pianeta, Solaris, in un tempo indefinito.

Il racconto inizia dal viaggio che dall’astronave madre, il Prometeo, porta Kris Kelvin alla Stazione Solaris. È un racconto ricco di colori di suoni, e di irrequietezza. Eccone una pagina. È un estratto dal primo capitolo.

Prima che riuscissi a capacitarmi, davanti ai miei occhi si aprì un ampio spiraglio attraverso il quale si vedevano le stelle.(…) Nell’esiguo vetro dell’oblò continuava a scorrere un pulviscolo luminoso. (…) Gli astri impallidivano dissolvendosi contro uno sfondo sempre più sbiadito: ero già negli strati dell’atmosfera. Immobile, chiuso come in un bozzolo tra i cuscini pneumatici, potevo guardare solo davanti a me. Ancora non si vedeva un orizzonte. (…) Dall’esterno mi giunse un lieve e penetrante stridore come di metallo raschiato sul vetro bagnato. Non fosse stato per le cifre che scorrevano sul quadro del pannello, non mi sarei reso conto della violenza della caduta. Le stelle erano sparite, oltre l’oblò si stendeva un chiarore rossastro. (…) Nelle cuffie crepitavano salve di scariche atmosferiche accompagnate in sottofondo da un brusio talmente basso e cupo da parere la voce del pianeta. Nell’oblò il cielo arancione si ricoprì di un velo e il vetro si oscurò. (…) Lottando contro il capogiro avvistai sulla superficie del pianeta, ritta come una muraglia e striata da solchi nero-violacei, una piccola scacchiera bianca e verde, segno di riconoscimento della Stazione. Nello stesso momento qualcosa si staccò con uno schianto dalla parte superiore della capsula: la lunga collana del paracadute ad anello schioccò con violenza producendo il suono, straordinariamente terrestre, di un colpo di vento – il primo vero vento che udissi da mesi.

Scorrono qui, sotto gli occhi di Kelvin, e sotto gli occhi del lettore, immagini del tutto nuove, come sono nuovi i suoni dello spazio. Non dimenticate che questa pagina è stata scritta nel 1961, sette anni prima dell’uscita nelle sale di 2001. Odissea nello spazio. Il film di Stanley Kubrick fondò il linguaggio visivo e uditivo delle avventure extraterrestri. Non si può che ammirare dunque l’invenzione di questo romanzo del 1961; le sue parole sono potenti nel plasmare il mondo immaginario che racconta, perché nascono da una profonda conoscenza dello spazio. Stanislaw Lem (Leopoli 1921-Cracovia 2006)  fu infatti professore di cibernetica ed esperto di intelligenza artificiale. La coloratissima e precisa caratterizzazione del luogo dove si svolge la storia di Solaris sembra confermare l’idea che la fantascienza sia una sorta di terreno riservato agli scienziati che qui raccontano ciò che non è dimostrato e non può esserlo (per lo meno … non ancora).

Suoni e colori

Appena il viaggiatore è entrato nella capsula si odono i motori elettrici che avvitano i bulloni e fischiano poi risuona “il sibilo dell’aria compressa”. Poi le voci. Prima quella umana di Moddard che rimane sull’aeronave madre il Prometeo; poi la voce non umana del calcolatore della stazione. Infine sia lo “schianto” del paracadute che schiocca e produce il suono del vento, sia lo “spaventoso fragore di metallo contro metallo” quando la capsula attracca nella stazione.

Il primo colore di questo racconto è quello delle tenebre. Poi c’è il verde pallido del pannello di controllo del veicolo, e subito appaiono le stelle, “pulviscolo luminoso” che impallidisce su “uno sfondo sempre più sbiadito”. Ma ecco l’annuncio del pianeta Solaris: “un chiarore rossastro”. Il pianeta appare all’improvviso non da lontano, ma già vicino “nella sua piatta immensità”. La capsula continua a scendere nel cielo arancione che si fa scuro quando la capsula attraversa un banco di nuvole. Il suo volo è senza scosse “ora nel sole ora nell’ombra” di un “immenso, turgido disco solare” che spunta da sinistra e sparisce a destra, ma poi diventa vorticoso. La superficie del pianeta appare ora come una muraglia ritta, “stretta da solchi nero-violacei”. E appare la Stazione: “una piccola scacchiera bianca e verde” che diventa sempre più grande e via via si distingue la sua forma di balena argentea e scintillante, i cui fianchi sono ricoperti antenne, radar, e finestre “scure”. La stazione  sta sospesa sulla superficie  “color inchiostro” del pianeta, su cui proietta la sua ombra di “un nero ancora più intenso”. . Ed ecco appare l’oceano sull’orizzonte “fumoso” risplendente “come argento vivo”.

Inquietudine

Una sensazione di attesa inquieta si respira in queste prime pagine del romanzo.
I suoni sono quelli consueti di ogni viaggio interstellare fino all’approdo alla stazione, ma qualcosa non va: la stazione non risponde subito e, quando lo fa, attiva un computer. «La cosa era a dir poco strana. Di solito ogni volta che arrivava un nuovo visitatore, e per di più dalla Terra, tutti si precipitavano all’aeroporto». Invece all’arrivo ad accogliere Kelvin non c’è nessuno dei tre scienziati che abitano la stazione, Snaut, Sartorius e Gibarian, il maestro di Kelvin. C’è un gran disordine ovunque e presto Kelvin ha la sensazione di essere osservato da qualcosa che sta fuori dalla stazione: fuori c’è solo l’oceano, l’unico abitante del pianeta, vivo a dispetto di ogni teoria che nega la possibilità di vita su pianeti con due soli, uno rosso e uno azzurro. Osserva Kelvin: «parlo di azzurro per forza di abitudine, visto che qui “l’azzurro” era color ruggine nei giorni rossi e sinistramente bianco nei giorni azzurri». È un’osservazione significativa perché spiega la debolezza del processo conoscitivo umano. È che noi umani amiamo la similitudine, paragoniamo cioè l’ignoto a qualcosa di noto e inevitabilmente terrestre. Questa è la ragione che ci condanna spesso (quasi sempre) all’insuccesso, come dimostra l’approfondita e frustrante discussione sull’oceano. I due campi gravitazionali, cui il pianeta è soggetto a causa dei due soli, darebbero al pianeta orbite mutevoli e impedirebbero la vita. Ma non è così su Solaris. Dove la vita c’è: il pianeta è ricoperto da uno strano oceano. Strano perché non è acqua, ed è l’unica cosa certa. Cosa sia esattamente, nessuno lo sa, anche se è oggetto di studi che ormai occupano intere biblioteche, senza che si sia raggiunto finora un risultato accettabile.

Una sensazione di paura ben presto si impadronisce di Kelvin dopo l’incontro con il collega Snaut: un incontro strano, Snaut è spaventato lacero sporco, reticente. Dapprima Kelvin ne è irritato, poi incollerito, poi impaurito: in un corridoio stretto s’imbatte in un’enorme donna nera, vestita solo di un gonnellino di paglia intrecciata che gli passa vicino, ignorandolo. Sparisce nella cabina di Gibarian, morto suicida poche ore prima! Non è allucinazione, non è follia! Kelvin lo stabilisce in poche ore, dopo aver fatto alcune prove!

In realtà si tratta di creazioni dell’oceano.

L’oceano costruttore

Da molti anni la solaristica studia l’oceano e le sue costruzioni. Fondamentale la classificazione di Giese, che distingue: “montalberi”, “longoidi”, “fungoidi”, “mimoidi”, “simmetriadi”, “asimmetriadi”, “vertebroidi” e “agiloidi”. Sono questi i nomi coniati dallo studioso per descrivere le strane costruzioni dell’oceano.

Giese riteneva che i longoidi costituissero una forma basilare e li paragonava alle onde, più volte ingrandite e accavallate, delle maree terrestri. (…) erano formazioni maggiori, per dimensioni, del Grand Canyon del Colorado, modellate in una materia che in superficie aveva una consistenza gelatino-schiumosa (…), mentre alla base si trasformava in una sostanza sempre più compatta, come un muscolo teso, ma un muscolo che a una quindicina di metri di profondità assumeva la durezza della roccia pur conservando la propria elasticità.

I longoidi solcano a milioni la superficie dell’oceano, hanno una vita di qualche settimana, e la discussione sulla loro natura è tanto ampia quanto del tutto incapace di giungere ad una conclusione. E i longoidi sono anche la più semplice creazione dell’oceano: che dire infatti delle altre? ancora più misteriose e impossibili da interpretare.

Ben più complessa e capricciosa appariva la forma dei mimoidi (…). Il nome con cui (Giese) li aveva battezzati era un tentativo di esprimerne la loro caratteristica più impressionante per l’uomo, ossia la tendenza a copiare le forme circostanti vicine o lontane che fossero.

Il mimoide copia gli oggetti, ma non gli esseri viventi, animali o vegetali che siano.

Nei primi anni di esplorazione gli scienziati si erano letteralmente avventati sui mimoidi come sui centri nevralgici dell’oceano solariano e sui luoghi dove sarebbe avvenuto l’incontro tra due civiltà. Fin troppo presto era apparso chiaro che non ci sarebbe stato alcun contatto e che tutto cominciava e finiva con un’imitazione di forme che non portava da nessuna parte.

Più sconcertanti dei mimoidi sono per Giese e la sua scuola i simmetriadi. Sono formazioni gigantesche , assolutamente diverse da qualunque forma terreste. Al loro interno non c’è niente di stabile e sicuro e perfino le leggi fisiche subiscono qui delle sospensioni.

Non per niente erano soprattutto gli studiosi dei simmetriadi a proclamare a gran voce che l’oceano vivente era intelligente.

La nascita di un simmetriade somiglia ad un’eruzione con straordinari effetti di luce, specie al tramonto delle giornate blu e manifesta una caratteristica straordinaria: la facoltà di modellare o, addirittura, di sospendere certe leggi fisiche. Ogni simmetriade è diverso dall’altro. Il nome deriva dalle forme interne create da una parte che si replicano dalla parte opposta. È possibile esplorare in volo le sue strane forme dall’interno. Per dire cosa sia un simmetriade bisogna ricorrere alla matematica.

Com’è noto, ogni equazione può venire espressa tramite il linguaggio figurato della geometria superiore e dare origine a un solido che ne sia il corrispondente. Sotto questo aspetto il simmetriade è un parente dei coni di Lobačevskij e delle curve negative di Riemann, ma un parente molto alla lontana per via della sua incredibile complessità.

La vita del simmetriade è breve. Si innalza sull’oceano e comincia a inabissarsi nel giro di una mezz’ora, dopo due o tre ore l’incredibile complessità di forme create al suo interno si disfa in modo orrendo. Inutile dire che i tentativi di spiegare i simmetriadi sono innumerevoli, ingegnosi, e del tutto inadeguati. Il simmetriade rappresenta in fondo ciò che non è immaginabile. E naturalmente nessuno sa dare una spiegazione del perché l’oceano costruisca e distrugga le sue forme.

Le creazioni F

Ma la più formidabile delle creazioni dell’oceano avviene ora nella Stazione Solaris. L’oceano genera quelle che Sartorius, chiama “creazioni F”. La cosa è cominciata un otto o nove giorni dopo l’esperimento con i raggi X. I tre scienziati avevano predisposto un nuovo esperimento di contatto con l’oceano, inviando sulla superficie in punti diversi fasci di raggi X. Forse le “creazioni F” sono la conseguenza di quell’esperimento: l’oceano ha risposto all’irradiazione con un’altra irradiazione.

Ma che potenza in confronto ai miseri raggi X! L’oceano si dimostra capace di sondare i cervelli degli umani, enucleando certe tracce mnestiche più profonde di altre, scintille di memoria magari dimenticate del tutto, rimosse o inconsce. È così che Kelvin si trova davanti materializzato dalla sua mente il ricordo più doloroso della sua vita: è sua moglie Harey, suicidatasi qualche anno addietro. Anzi, sarebbe più esatto dire che Kelvin vede materializzato davanti a sé il rimorso più bruciante della sua vita, perché del suicidio di Harey si sente in colpa.

Parimenti gli altri colleghi son tormentati da ricordi impossibili da guardare e per di più, per così dire, impresentabili. Così descrive Snaut le terribili materializzazioni che subisce come i suoi colleghi, e che hanno condotto Gibarian a togliersi la vita.

Che cos’è un uomo normale? Uno che non ha commesso niente di orribile? Ma siamo sicuri che non ci abbia mai pensato? Magari a pensarci potrebbe non essere stato lui, ma un qualcosa affiorato dentro di lui dieci o trent’anni prima; un qualcosa che lui aveva combattuto e che aveva smesso di temere sapendo che tanto non l’avrebbe mai messo in atto… Mi segui? E, adesso, immagina che a un tratto, in pieno giorno, quell’uomo incontri tra la gente quel qualcosa incarnato, inscindibile dalla sua persona, indistruttibile. E allora… sai che succede allora? Succede la Stazione. Succede la Stazione Solaris.

Le “creazioni F”. hanno infatti queste caratteristiche: sono strutture di neutrini (quasi) indistruttibili, e non possono mai staccarsi dalla persona il cui cervello contiene il loro piano di costruzione; per questo, più tempo stanno con l’essere umano che le ha generate, più si “umanizzano”, e per Kelvin sarà difficile perdere Harey una seconda volta.

Come faccia l’oceano a leggere nel pensiero degli umani, a creare da una traccia di memoria un organismo pressoché identico al ricordo, e soprattutto a che scopo, è la grande irrisolvibile questione che travaglia gli scienziati della Stazione.

I miracoli crudeli

Emerge così la questione centrale che il romanzo si pone: la ricerca conoscitiva, qui rappresentata dall’esplorazione dello spazio, palesa anche ciò che non ci piace ammettere: cioè che i nostri sforzi di conoscere sono inadeguati, forse persino ridicoli, forse incapaci di comprendere prima di tutti noi stessi,… che le vie del conoscere spesso, quasi sempre, conducono davanti a porte chiuse, immettono in vicoli sbarrati, rendono visibili voragini accuratamente rimosse.

Le letture del romanzo ammettono, come sempre per le opera davvero grandi, approcci diversi. Uno fu nel 1971 quello del regista russo Andrej Tarkovskij. Girò un film, premiato l’anno dopo a Cannes, in cui privilegiava un’interpretazione di carattere psicologico: l’esplorazione del cosmo come segno di superbia, come volontà di dominio, mentre è segno della nostra pochezza, della nostra ignoranza anzitutto di noi stessi. Forse, prima di avventurarci nello spazio extraterrestre, sarebbe meglio che ci concentrassimo sul nostro pianeta e in definitiva su noi stessi, e facessimo uno sforzo per conoscere anzitutto ciò che sta dentro di noi.

La lettura di Tarkovskij non piacque a Stanislaw Lem, che nel testo insiste particolarmente sui processi conoscitivi umani fin dall’inizio (il secondo capitolo è un’ampia esposizione degli studi su Solaris). L’autore insiste, è vero, sulla debolezza del pensiero umano, sui suoi vizi. Insiste anche sulla necessità di riconoscere che i processi  conoscitivi  della mente umana non sono lineari, e sono spesso votati all’insuccesso. Ma sono anche un’insopprimibile necessità umana, come dimostra l’intera biblioteca della Stazione. È vero, quella biblioteca evidenzia l’incapacità di dare risposta agli interrogativi che Solaris pone, ma testimonia anche l’acribia degli studi sulla natura dell’oceano.

⏱ 3’37”

Sono i vicoli ciechi del conoscere che il romanzo affronta, sono le frustrazioni della ricerca, sono i limiti umani che il romanzo scandaglia, da scettico autentico che sa per esperienza l’inadeguatezza degli strumenti umani di conoscenza; sa per certo quanto siano povere le nostre idee, e determinate dalla condizione umana che viviamo, e tuttavia esprime un mai sopito anelito al conoscere.

Conoscere si deve sempre, anche a costo di capire male o non capire niente.

Kelvin dapprima ferito dalla materializzazione del suo senso di colpa, poi lacerato dal dolore per il distacco dal suo stesso rimorso, conclude così:

Quali compimenti, quali beffe, quali tormenti stavo ancora aspettando? Non ne avevo la minima idea, e tuttavia continuavo a credere fermamente che il tempo dei miracoli crudeli non fosse finito.


Fonti

Il testo è un commento originale di ItalianaContemporanea per DeltaScience Tutoring. Si fonda sul testo del romanzo e cita un commento importante di F. Cataluccio, redattore del testo italiano e una conversazione interessante tra lo stesso Cataluccio e Chiara Valeri che ha curato la riduzione radiofonica del romanzo per “Ad alta voce” su Radio3.

  • Lem, Stanislaw, Solaris, tr it. di Vera Verdiani, Sellerio, Palermo, 2013
  • Cataluccio, Francesco M., “L’oceano di neutrini pensanti”, in Solaris, Sellerio Editore. Edizione del Kindle
  • Cataluccio, Francesco, Valeri, Chiara, Solaris di Stanislaw Lem, una conversazione su YouTube, ⏱ 29′ 15″

prossimo appuntamento sabato 30 aprile

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