4 ettari di scarpe

Ascolta questo articolo in formato Podcast!

Un thè poco ecologico
Mi serve dello zucchero. Allora posso salire in macchina, andare nel supermercato più vicino, acquistarlo e tornare beatamente a casa. Una volta rientrato, mi accorgo di aver dimenticato la finestra del soggiorno spalancata – mannaggia! ci sono 3°C fuori – e il riscaldamento acceso. Vabbè, mi preparo un thè caldo, a cui ovviamente aggiungo un generoso cucchiaino dello zucchero che ho appena comprato; il restante lo verso nella zuccheriera, faccio una palla con il sacchetto di carta e mentre mi siedo a tavola infilo un canestro da 3 punti nella pattumiera… Cribbio! È finito nel bidone della plastica! Beh, poco male, ora mi godo il thè, e poi lo sposterò.
Sembra la descrizione di un tranquillo pomeriggio casalingo, non è vero? Ebbene, in realtà, in mezzo a tutta questa spensierata normalità, si annida una veloce successione di dispetti all’ambiente. Procediamo a ritroso: 

  • il sacchetto di carta dello zucchero probabilmente me lo dimenticherò sbadatamente nella plastica, creando di fatto un ostacolo ai processi di riciclaggio;
  • la finestra del soggiorno spalancata ha fatto fare gli straordinari al mio impianto di riscaldamento a gasolio, che ha sbuffato inutilmente fumi e gas nell’atmosfera;
  • la stessa cosa ha fatto la mia automobile, messa in moto per percorrere i 200 metri che mi separano dal supermercato… sono proprio un pigrone;
  • zucchero ce n’era a palate al supermercato; purtroppo il primo sacchetto che ho preso in mano mi è caduto davanti alle casse strappandosi, e un altro l’ho portato ad un inserviente per fargli notare che doveva essere buttato: qualcuno ci aveva infilato un dito! Ma quanti sprechi – l’energia e le risorse impiegate per la produzione e la distribuzione – ci saranno in quei due chili di zucchero andati persi?

Sono certamente piccoli dettagli della nostra vita, a cui spesso non prestiamo molta attenzione: ci sembrano sciocchezzuole di poco conto quando le paragoniamo alle ciminiere della zona industriale della città accanto, che fumano giorno e notte per tutto l’anno rilasciando chissà cosa nell’atmosfera. Eppure la salvaguardia dell’ambiente parte innanzitutto dalle nostre azioni quotidiane, perché si sa: tante gocce formano un mare… preferibilmente non inquinato.

Biocapacità e impronta ecologica
Da un po’ di anni esiste un modo per calcolare l’impatto delle nostre attività sul pianeta che ci ospita e sulle sue risorse, che viene ormai utilizzato in modo sistematico anche da istituzioni ed enti governativi per misurare la sostenibilità dei processi che hanno luogo in determinati paesi, regioni o continenti. Nel 1996 infatti, Mathis Wackernagel e William Rees hanno pubblicato un libro dal titolo “Our Ecological Footprint: reducing human impact on the Earth”, lanciando il concetto di impronta ecologica.
Partiamo dalle basi. La superficie del nostro pianeta può essere suddivisa in sei principali categorie, di cui cinque servono essenzialmente per la produzione e il sostentamento del genere umano: terreni agricoli, pascoli per l’allevamento, foreste per la produzione di legname, superfici edificate per tutte le attività umane, mare per la pesca. L’ultima categoria è invece costituita dal terreno vergine (e quindi, ad esempio, anche dalle foreste non destinate alla produzione di legname), che ha lo scopo principale di assorbire le emissioni di anidride carbonica prodotte dalle attività umane e, più in generale, di compensare gli squilibri che l’uomo genera rispetto alla natura. Queste diverse categorie di territorio sono caratterizzate da una determinata produttività biotica, ovvero possono produrre più o meno biomassa, intesa come energia e risorse utili per la vita dell’uomo. Da queste considerazioni, una volta mappati tutti i territori mondiali, è possibile determinare la produttività globale e la capacità dell’ambiente di assorbire le emissioni: tutto questo va sotto il nome di biocapacità. Allo stesso modo, si può ovviamente determinare anche la biocapacità di un singolo stato, o di una determinata regione. Un ettaro (un quadrato il cui lato misura 100 metri, unità di misura ha) di superficie terrestre con la produttività pari alla media mondiale è l’unità di misura standard proposta da Wackernagel e Rees, detta ettaro globale (in inglese global hectare, gha). La biocapacità del nostro pianeta determina la disponibilità di risorse rinnovabili, e ci dice quanto possiamo produrre e quali consumi possiamo compensare.
Sull’altro piatto della bilancia dobbiamo mettere invece le attività dell’uomo che non producono, bensì consumano, le risorse biotiche che la Terra mette a disposizione. Queste attività vengono raccolte in cinque categorie di consumo: alimenti, abitazioni, trasporti, beni di consumo e servizi. Per essere espletate, tutte le attività correlate a queste categorie di consumo, nonché i consumi in sé, hanno bisogno di una determinata quantità di energia e risorse, che vengono definite tramite il concetto di impronta ecologica (esprimibile in gha), la quale altro non è che la misura di quanto consumiamo.

Carbon Footprint e Earth Overshoot Day
Date la biocapacità complessiva del nostro pianeta, la superficie terrestre, la produttività media globale e la popolazione mondiale attuale, ogni essere umano ha idealmente a sua disposizione circa 1.7 ettari globali. Se siete curiosi, prendetevi qualche minuto per stimare la vostra personalissima impronta ecologica qui. Io l’ho fatto, e all’inizio ero anche ottimista… ebbene, la mia impronta ecologica è di ben 6.7 ettari globali! Allo stesso link troverete anche delle indicazioni sulla vostra Carbon Footprint (letteralmente, impronta di carbonio): non è altro che un metodo alternativo per calcolare l’impatto delle attività umane sull’ambiente, basato sulle emissioni anziché sulla superficie produttiva disponibile dal momento che, come abbiamo già detto, la funzione principale del terreno vergine è quella di compensare le emissioni generate dalle attività umane. Personalmente, sono responsabile dell’emissione di 12.7 tonnellate di anidride carbonica all’anno, che rappresentano circa il 70% della mia impronta ecologica. Cosa potrei fare per migliorare la mia posizione? Secondo quanto mi consiglia il Global Footprint Network a fronte delle informazioni che ho fornito sulle mie abitudini, potrei innanzitutto migliorare le prestazioni energetiche della mia abitazione, responsabili di quasi la metà della mia impronta ecologica (3.1 gha) e, in seconda battuta, modificare le mie abitudini alimentari cercando di mangiare carne meno spesso e scegliere mezzi di trasporto meno inquinanti (entrambi 1.2 gha di impronta). 
Dunque, se la mia impronta ecologica è pari a 6.7 gha e il pianeta me ne mette a disposizione soltanto 1.7, significa che ogni anno tra il 6 e il 7 aprile avrò finito di consumare ciò che mi spetta, e inizierò a sfruttare l’ambiente oltre le sue capacità di produzione, rigenerazione e compensazione. Questo è il concetto espresso dal Earth Overshoot Day: al ritmo attuale, l’umanità sta consumando ogni anno risorse pari a circa il 160% della biocapacità mondiale, superando la stessa già ad agosto (all’inizio del mese dal 2010; il giorno 22 nel 2020, come conseguenza della sospensione parziale su larga scala delle attività umane a causa della pandemia di COVID-19). Guardando indietro, sono ormai 50 anni (dal 1970) che l’uomo consuma risorse e produce emissioni ad un ritmo insostenibile per la Terra.

In numeri
La differenza tra la biocapacità di un paese o di una regione e la sua impronta ecologica da come risultato la riserva di biocapacità quando il risultato è positivo, e viceversa restituisce il deficit di biocapacità quando il risultato è negativo. Il paese con la maggiore riserva relativa al mondo è la Guiana Francese, dove la biocapacità eccede del 3950% (cioè è circa 40 volte maggiore) l’impronta ecologica locale ed è pari a 94.4 gha pro capite, contro gli 0.9 gha dell’Italia e gli 1.7 gha medio mondiale; per quanto riguarda invece la biocapacità totale disponibile, al primo posto si trova il Brasile con 1.80 miliardi di ettari globali, seguito da Cina (1.33 miliardi di gha), Stati Uniti (1.12 miliardi di gha), Russia (1.00 miliardo di gha) e India (577 milioni di gha), mentre l’Italia dispone di una biocapacità complessiva pari a soli 52 milioni di ettari globali. La Cina compensa il suo secondo posto con il triste primato di nazione con la più grande impronta ecologica al mondo, pari a 5.35 miliardi di ettari globali; la seguono, nettamente distanziati, gli Stati Uniti con 2.61 miliardi di gha, l’India con 1.6 miliardi di gha, la Russia con 788 milioni di gha, il Giappone con 593 milioni di gha e il Brasile con 588 milioni di gha. Fa capolino nella top10, all’ottavo posto, anche un paese europeo, e si tratta della Germania con la sua impronta ecologica pari a 386 milioni di ettari globali, mentre il nostro paese si piazza al quindicesimo posto mondiale con un’impronta di 262 milioni di gha. In termini relativi, è impressionante invece l’impronta ecologica rapportata alla popolazione, che nel Qatar raggiunge i 14.7 ettari globali pro capite; seguono il Lussemburgo con 12.8 e gli Emirati Arabi Uniti con 8.9, mentre gli Stati Uniti occupano l’ottava posizione con 8.0 ettari globali pro capite e l’Italia si ferma a 4.4… una curiosità per concludere col sorriso? Per realizzare fisicamente un’impronta così grande, ogni italiano dovrebbe avere un paio di scarpe di taglia (approssimativamente) 30,000, e piedi lunghi più di 200 metri.

FONTI

Global Footprint Network. Accessed May 3, 2021, at https://www.footprintnetwork.org/ 

Credits: Photo by Nitin Bhosale on Unsplash

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

Rispondi