La povertà, figlia dell’epoca moderna

La teoria degli stadi di Rostow

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Quali sono le cause della povertà? Essa nasce da fattori culturali o geografici? O è piuttosto la conseguenza di un determinato processo di sviluppo sbilanciato? Su queste domande molti si sono interrogati, ma una cosa è certa e mette d’accordo tutti: la povertà è sempre esistita, basti pensare che gli uomini preistorici passavano la propria vita come ogni altro animale sulla terra, cacciando e riproducendosi, per soddisfare i bisogni fondamentali della sopravvivenza della specie. Non vivevano di certo nella ricchezza, e men che meno fra le comodità del giorno d’oggi, e sicuramente vivevano periodi di scarsità di cibo e difficoltà. L’intelligenza di cui è dotato l’uomo, però, gli ha permesso di sviluppare tecniche e strumenti via via migliori, andando essenzialmente a ridurre le difficoltà legate alla sopravvivenza e aumentare al contempo il benessere

È proprio il progresso quindi, secondo la maggior parte delle teorie a riguardo, che fa emergere la povertà. Non abbiamo usato termini casuali: la povertà, piuttosto che essere un problema che nasce da qualche fattore negativo, sembra piuttosto essere meglio rappresentata dal permanere – e quindi dalla staticità – di una condizione di arretratezza la quale, inserita in un contesto di crescita sociale ed economica, fa dello sviluppo – che in realtà è la parte dinamica emergente – la condizione standard. Si pensi, ad esempio, alla scarsa sicurezza alimentare che ha caratterizzato la vita della maggior parte della popolazione mondiale fino al secolo scorso, quando cui si viveva con molto meno cibo e soprattutto con molta meno varietà, limitando l’alimentazione all’essenziale. Al giorno d’oggi invece, almeno nei paesi più sviluppati, gli standard si sono alzati notevolmente, e una persona “normale” non mangia pane, patate, formaggio e verza sei giorni su sette, ma ha a disposizione una scelta ben più ampia, nonché la possibilità materiale di permettersela. Le teorie maggiormente diffuse che riguardano la nascita – termine improprio, lo ricordiamo – della povertà sono tre e, data la complessità del tema, le analizzeremo a partire da questo articolo, per poi proseguire in altre due pubblicazioni successive.

La prima è la teoria degli stadi di sviluppo socio economico formulata da Walt Whitman Rostow (1916 – 2003)  nel 1960, che presuppone che il passaggio da società agraria a società industrializzata sia formalizzabile in una serie di stadi o fasi, i quali mutano su base geografica per quanto riguarda tempi, intensità e modalità, ma sono ovunque indispensabili per configurare un processo di industrializzazione in senso proprio. Gli stadi principali sono cinque, e il primo è quello della società tradizionale, con una “struttura sviluppata entro limitate funzioni produttive, fondate su una scienza e una tecnica pre-newtoniane e con atteggiamenti pre-newtoniani nei confronti del mondo esterno”; si tratta di una società caratterizzata da una produttività estremamente bassa, praticamente estranea all’innovazione sociale e tecnica, e quindi prevalentemente statica e ostile al cambiamento. In una società di questo tipo, la scarsa produttività agricola, unica fonte di sostentamento, fa sì che il ritmo della crescita della popolazione sia necessariamente basso, anche come conseguenza di pestilenze ed epidemie. 

Il secondo stadio vede la formazione di precondizioni necessarie per lo sviluppo di carattere culturale, politico, sociale ed economico, come ad esempio una mentalità scientifica, la formazione di uno Stato che fondi la propria potenza sull’economia, e la nascita di un ceto imprenditoriale che metta in movimento una buona quantità di capitale, nonché la creazione di efficienti sistemi di credito bancario e di buone reti di comunicazione che favoriscano la movimentazione di persone e merci. Rostow segnala, in questo caso, anche un limite tecnico da superare necessariamente: la crescita del tasso di investimento deve superare la soglia del 10% del reddito nazionale, in modo tale da favorire l’innovazione e l’efficientamento della produzione agricola, facendo sì che la produzione sopravanzi lo sviluppo demografico. 

Il terzo stadio è la fase cruciale del decollo (take off ), il momento in cui avviene la vera e propria rivoluzione industriale: “le forze tendenti al progresso, che avevano prodotto solo limitate eruzioni e isole di attività moderna, si espandono e giungono a dominare l’intera società. Lo sviluppo ne diviene la condizione normale”. Questo stadio è caratterizzato dalla diffusione massiccia di nuove industrie, dall’innovazione tecnica e tecnologica, dall’impiego di quote crescenti di manodopera e dalla creazione di profitti successivamente reinvestiti in attività industriali, in un processo che si autoalimenta. Il cambiamento in questa fase è repentino, con la struttura sociale ed economica che varierà in modo irreversibile nel giro di appena un decennio o due. 

Il quarto stadio, che verrà raggiunto entro 40 o al più 60 anni dopo il decollo, rappresenta il passaggio alla maturità, “lo stadio in cui l’economia mostra la capacità di assorbire e applicare con efficienza i frutti più avanzati (a quell’epoca) della tecnologia moderna”, e si sviluppa “la capacità tecnica e imprenditoriale di produrre ogni cosa che si decida di produrre”. Il quinto e ultimo stadio vede la diffusione dei consumi di massa, con il reddito procapite che sale al punto da permettere alla maggior parte della popolazione di accedere a beni di consumo che vanno al di là del normale fabbisogno alimentare, di alloggio e di vestiario; in questo contesto, la maggior parte dei lavoratori sarà occupato nell’industria e nei servizi, a discapito dell’agricoltura.

In questa rappresentazione dello sviluppo socio economico, la povertà viene a galla dopo il secondo stadio, quando inizia a diventare visibile il divario tra la classe imprenditoriale emergente e chi invece resta come impantanato nelle condizioni del primo stadio: tra questi, alcuni potranno beneficiare dell’incremento dei redditi e del benessere reso possibile dallo sviluppo economico diventandone parte attiva come lavoratori tutelati, mentre altri rimarranno senza scampo nelle condizioni peggiori, complice anche lo sfruttamento a cui saranno destinati, elemento tutt’altro che d’aiuto per il miglioramento del loro tenore di vita. Al giorno d’oggi, rimanere nelle condizioni del primo stadio significherebbe vivere a fatica dei pochi prodotti del proprio orto, ammesso che le condizioni climatiche e il terreno rendano possibile la coltivazione: non è certo una situazione utopica, e in molte parti del mondo esistono ancora centinaia di milioni di persone che non riescono a soddisfare i bisogni essenziali relativi all’alimentazione e all’accesso all’acqua potabile in modo sicuro, equo e continuativo. Quando poi si arriva al quinto ed ultimo stadio, quello in cui il reddito cresce a tal punto da permettere alla maggior parte della popolazione di accedere a beni di consumo non fondamentali, il confronto con chi è rimasto ai primi stadi diventa stridente. Ma chi è rimasto indietro non lo fa ha fatto quasi mai per propria scelta… (Continua)

L’elenco delle fonti verrà pubblicato in coda all’ultimo articolo della serie “La povertà, figlia dell’epoca moderna”.

Crediti: Photo by Muhammad Muzamil on Unsplash

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