E se fossero gli ogm a salvare il pianeta?

Contributo a cura di Stefano Cristoforetti, laureando in Viticoltura ed Enologia
Redazione a cura di Nicola Genuin

Il nostro pianeta è ormai seriamente in pericolo, i più pessimisti affermano che abbiamo superato il punto di non ritorno ma forse siamo ancora in tempo per salvarci e per fortuna le nuove generazioni ci credono ancora, applicando abitudini quotidiane sempre più green. Se è vero che le abitudini di tanti piccoli creano cambiamenti grandi è altrettanto vero che non è abbastanza per salvare il pianeta, un ruolo fondamentale è quello della politica che con le sue decisioni può influenzare drasticamente il futuro del pianeta, il nostro futuro.

Ad esempio, negli ultimi anni, l’unione europea sta spingendo molto su politiche green. In ambito agricolo sta infatti promuovendo l’ampliamento e lo sviluppo della produzione biologica e ha come obiettivi la riduzione dell’uso di pesticidi e del consumo di risorse non rinnovabili, tralasciando però pressoché totalmente altre opzioni come, ad esempio, la potenziale reintroduzione di tecniche di modificazione genetica. La frontiera degli OGM, infatti, meriterebbe di essere quantomeno rivalutata, in virtù di nuove possibilità tecniche che hanno poco a che vedere con gli OGM tanto demonizzati dalle campagne pubblicitarie degli anni Novanta.

Al tempo, infatti, i prodotti da modificazioni genetiche in questione derivavano dalla tecnica della transgenesi, un procedimento che consiste nell’introduzione di materiale genetico di specie non affini nell’organismo da migliorare. In parole povere, si trattava di inserire una piccola porzione di DNA estraneo contente l’informazione che permetteva di apportare il miglioramento voluto ad un organismo, suscettibile, ad esempio, ad una determinata condizione (climatica, fitopatologica, ecc.). Con la transgenesi, però, la porzione di DNA introdotta non era naturalmente affine all’organismo ospitante, dal momento che si trattava di specie diverse che in natura non si sarebbero mai incrociate. Per questo motivo, la transgenesi è stata ritenuta eticamente non corretta, creando intorno ad essa un clima di terrore, in realtà scientificamente poco fondato. Di conseguenza, la decisione dell’UE è stata di abbandonare la sperimentazione e limitare fortemente gli investimenti destinati alla ricerca in tale campo.

Dopo diversi anni, però, sarebbe forse giunto il momento di tornare ad investire risorse negli OGM, se non altro alla luce dei più recenti sviluppi della ricerca che permettono di ottenere organismi eticamente accettabili. Infatti, con la cisgenesi, il processo di modificazione prevede esclusivamente l’utilizzo di DNA di specie affini, ovvero permette di ottenere organismi teoricamente possibili in natura, con il vantaggio di ridurre notevolmente i tempi e agire in maniera mirata sulla modificazione necessaria. È noto, infatti, che le mutazioni genetiche sono una normalità all’ordine del giorno in natura, ma sono fattori esterni come il clima a selezionare, in tempi molto dilatati, quelle più adatte alla sopravvivenza; le modificazioni genetiche indotte, invece, permettono di imporre a priori quale mutazione apportare per rispondere ad una particolare esigenza. Per fare un esempio pratico, il carattere di resistenza ad un fungo patogeno può comparire spontaneamente in un seme, ma difficilmente questo avverrà nel posto giusto al momento giusto: potrebbe presentarsi in una parte del mondo in cui tale fungo non è presente, finendo per essere perso per banale inutilità temporanea.

Le tecniche più recenti permettono inoltre, addirittura, di apportare modifiche al genoma senza introdurre materiale genetico esterno. Si tratta dell’ultima frontiera del genome editing, e consiste praticamente nella delezione (concettualmente, eliminazione), inserzione o rimpiazzamento di una sequenza di nucleotidi, cioè una piccola parte di DNA, già presente nell’organismo con lo scopo di apportare una specifica modificazione senza chiedere in “prestito” parte di genomi altrui.  

Nella realtà, gli OGM possono dare ulteriori vantaggi pratici, in quanto permettono di avere una mutazione puntiforme, questo significa che l’organismo ottenuto sarà identico al genitore per la quasi totalità del genoma, tranne che nel punto specifico in cui si interviene. Diversamente, l’incrocio classico (col quale attualmente si sta lavorando per ottenere organismi con caratteristiche migliori) porta a una prole che presenterà un genoma completamente nuovo, derivato in quote diverse da padre e madre. Nel primo caso si ha quindi il vantaggio di mantenere i caratteri qualitativi di una determinata varietà, decisamente importanti per l’identificazione di un qualsiasi prodotto agricolo, nella fattispecie quelli il cui valore aggiunto è la tradizionalità. Un esempio ipotetico riguarda il mondo della viticoltura, dove la varietà è estremamente importante per la produzione di alcuni vini tipici di determinati territori. Con gli incroci classici, fatti per ottenere caratteri di resistenza alle malattie, si otterrà – come abbiamo spiegato in precedenza – una nuova varietà simile ai genitori ma sicuramente non con le stesse caratteristiche che la hanno fatta distinguere e scegliere tra le altre. Nel caso dell’OGM, invece, sarebbe potenzialmente possibile aggiungere il carattere di resistenza ad una determinata malattia senza modificare le caratteristiche originarie della varietà. Si tratta comunque di un’arma a doppio taglio: se, infatti, sarebbe possibile permettere la sopravvivenza di una determinata coltura locale anche di fronte a cambiamenti pedoclimatici – riguardanti cioè clima, terreno e, più in generale, ambiente – di un certo rilievo, allo stesso tempo questa tecnica potrebbe permettere nel breve periodo l’installazione delle colture anche in altre zone, andando a snaturare la tipicità del prodotto e danneggiando le piccole realtà produttive, estremamente importanti nella realtà europea ed italiana in particolare.

A questo punto, sembrerebbe opportuno rivalutare seriamente l’opportunità offerta dagli OGM, ad esempio premettendo nuovamente la ricerca e la sperimentazione in campo aperto, già permesse tra l’altro in altri continenti. Di fronte a sfide climatiche sempre più frequenti e incombenti, sembra indispensabile intervenire velocemente, e la prospettiva di rapida risoluzione delle problematiche e di riduzione di consumi e risorse offerta dagli OGM dovrebbe rappresentare un valido incentivo per la loro riabilitazione.

Credits: Photo by Sangharsh Lohakare on Unsplash

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale

Rispondi