La strepitosa invenzione della scrittura

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La strepitosa invenzione della scrittura. Il mese scorso vi ho raccontato la storia dei miei rapporti con la scrittura, croce e delizia(cfr. Videoscrittura, la scrittura virtuale). Ho anche osservato che le pratiche di scrittura nell’arco di pochi decenni sono cambiate in modo radicale: dalla carta, penna, pennino, inchiostro al tablet. Una tavoletta moderna, che non solo mette a disposizione un word-processor, ma integra in esso servizi di correzione ortografica e grammaticale, servizi di traduzione, servizi di valutazione della leggibilità e della SEO. Vi ho raccontato perché nel 1984 acquistai il Macintosh, che era l’ideale per me che con un computer fondamentalmente scrivo.

Nell’ottobre 2011 morì Steve Jobs

Nell’ottobre 2011 morì Steve Jobs. Noi che lo conosciamo dall’AppleII sappiamo che la sua convinzione profonda è che gli oggetti della nostra vita quotidiana, proprio perché quotidiani, devono essere di gran qualità. Devono essere belli e accessibili.

I grandi prodotti di serie, magari non sono delle opere d’arte (non ne sono convinta: c’è più intelligenza in un VanGogh o in una scheda madre?), ma spesso sono disegnati da artisti come Jony Ive in Apple, convinti che i prodotti di serie di qualità educano il gusto del pubblico. Esporsi quotidianamente alle cose migliori create dal lavoro umano plasma il gusto personale, e induce a ispirare a quel gusto anche il proprio lavoro.

Quando Steve Jobs scoprì la calligrafia, fu una rivelazione! La scrittura a mano umile e quotidiana, ma ben curata, gli aprì un vasto campo della storia culturale, e insieme gli fece comprendere la raffinata qualità della tipografia. Rinsaldò la sua convinzione che la qualità del prodotto ha un’importanza decisiva. Per il marketing, certo! ma è il secondo scopo. Il primo è la ricerca della bellezza, anche nella sfera digitale, specie per la scrittura.

Steve Jobs sapeva che la storia della scrittura è storia di comunicazione, un filo rosso che si dipana lungo tutta la storia dell’umanità, un filo che connette i moltissimi individui che hanno cercato di comunicare con gli altri in modo più ricco, più bello.

Un filo rosso che arriva fino a noi, eredi di quel thesaurus costruito da tutte le innumerevoli generazioni che ci hanno preceduto, e che ci accingiamo a trasmettere alle generazioni future.

La classifica svedese

Al Tekniska museet di Stoccolma c’è una mostra che si chiama “100 innovazioni”. Presenta gli oggetti ritenuti i più rivoluzionari, selezionati attraverso un sondaggio tra gli svedesi. Il primo oggetto che concerne la scrittura è al ventunesimo posto: si tratta di una collezione di penne in acciaio con accessori. L’automobile, la bussola mineraria, i motocicli,… persino il lucchetto, persino i prodotti per il trucco si classificano prima della scrittura!

Eppure, tante delle invenzioni di questa lista (peraltro molto melting pot: il lettore di cd, la macchina da cucire, la turbina a vapore…) senza la scrittura non sapremmo come farle funzionare.

Ma perché la scrittura non è sentita come una grande invenzione?

Perché leggiamo molto, ma scriviamo poco. Leggono molto anche quelli che non leggono, perché comunque siamo circondati da parole scritte o da segni iconici, dagli emoji alla segnaletica stradale. Ma lo scrivere dopo la scuola è sempre più raro, salvo che per alcuni specifici scritti: gli sms e i messaggi sui social. Qualcuno scrive testi tecnici perché lavora in azienda o in un ufficio pubblico, ma in genere scrive male, perché non ha mai dedicato attenzione a questi scritti, non ha mai osservato come siano fatti i testi ben fatti, e si vota alla ripetizione di errori grossolani. Avete mai letto le istruzioni dell’Agenzia delle entrate per avviare una procedura di “ravvedimento operoso”? Già il titolo dice che l’oscurità burocratica regna sempre sovrana!

La diffusione della scrittura nel XX secolo

Eppure l’epoca nella quale viviamo è l’epoca di maggior diffusione della scrittura.

Alla fine del Settecento in Europa il pensiero illuminista elabora le idee di democrazia moderna. Il cardine è la sovranità popolare, declinata in modo più o meno radicale nel tempo. Ma se il governo dello Stato deve far emergere attraverso le istituzioni della rappresentanza, una classe dirigente seria onesta preparata e coraggiosa, ogni cittadino deve avere un’istruzione, una formazione, affinché l’ignoranza non pregiudichi la vita democratica dello Stato. Questa filosofia ha prodotto in Occidente le leggi sull’istruzione pubblica e il progressivo annullamento del tasso di analfabetismo. Tutti, o quasi, vanno a scuola e imparano a leggere e scrivere. Se queste politiche abbiano raggiunto anche parzialmente lo scopo democratico, è questione molto complessa, non più di carattere linguistico. Comunque si può affermare che in Europa gli ultimi due secoli sono quelli in cui la pratica della scrittura è più estesa. 

Ma scrivere è sempre stato più difficile che leggere, anche per ragioni tecniche. Pensate alle pratiche di scrittura con gli scalpelli, i punteruoli, gli stiletti per incidere la pietra o un metallo, o un osso o del legno. Pensate agli stilo e ai pennelli per scrivere su uno strato di cera o un foglio di papiro, o una pergamena. Tutti strumenti difficili da maneggiare e cari da acquistare. Ecco perché gli scrittori sono sempre stati e sono tuttora molto meno dei lettori.  E questa è la ragione della risposta degli svedesi che hanno partecipato al sondaggio del Tekniska Museet. Hanno confuso la scrittura tra molti altri oggetti, importanti, ma vivi solo se la scrittura interviene almeno a dire come usarli. Eppure la scrittura è un’invenzione strepitosa!

La scrittura è un’invenzione strepitosa

Il nostro pianeta ha avuto origine 4 miliardi (!) di anni fa. Le origini dell’homo sapiens datano, secondo gli studiosi, a un po’ meno di duecentomila anni fa. I primi graffiti che conosciamo hanno 40.000 anni. Quindi la scrittura, sia pure sotto forma iconica, compare 160.00 anni dopo la comparsa della nostra specie. La scrittura è dunque un’invenzione recente. “Recente” è un aggettivo che fa un po’ ridere, perché parliamo di qualcosa che dista da noi migliaia di anni. Ma è la nostra vita individuale che è breve, e ci rende difficile assumere una prospettiva temporale profonda.

Le pitture preistoriche

Dovremmo invece farlo, come ha fatto André Leroi-Gourhan, paleontologo, etnologo e studioso della preistoria. Nei suoi studi la comparsa del linguaggio è un anello di una lunga catena biologica (meccanica della mascella, struttura del cranio, stazione eretta,..). Osserva anche che dall’australantropo il cervello umano, confrontato con quello delle grandi scimmie, possiede aree che gli sono proprie, quelle in cui si localizza il linguaggio. Dall’australantropo si fabbricano anche utensili. Leroi-Gourhan correla la comparsa del linguaggio con l’evoluzione del cervello e con l’invenzione degli utensili, eventi databili grazie all’apporto di altre discipline.

Lo studioso propone un’analisi delle origini della scrittura altrettanto innovativa. Contesta la teoria evolutiva della scrittura come passaggio lineare in tre stadi: pittogramma – ideogramma – fonogramma.  Già nei dipinti parietali del Paleolitico di quarantamila anni fa accanto alle raffigurazioni di cavalli e bisonti sono presenti una serie di segni astratti. Leroi-Gourhan, nel suo saggio capitale Préhistoire de l’art occidental, osserva che sono forme geometriche semplici, ma non sono scarabocchi. Sono segni di un’invenzione potente, come quella degli utensili o la scoperta del fuoco. È già scrittura in embrione.

Ritroviamo dipinti di questo genere in molti luoghi del mondo. Alla scrittura i nostri lontanissimi antenati sono arrivati ciascuno in modo autonomo. Le grandi culture antiche – Egitto, Mesopotamia, Mesoamerica e Cina – hanno tutte inventato, chi prima, chi dopo, la scrittura: «Quattro momenti magici, separati e indipendenti, in cui si è accesa una scintilla e la ruota dell’invenzione ha iniziato a girare», osserva Silvia Ferrara (cfr. “Fonti”).

È giunto il momento di esplicitare che l’invenzione della scrittura e quella dell’alfabeto sono due storie diverse. La scrittura alfabetica è soltanto uno dei sistemi di scrittura usati dagli esseri umani. Per fare un paio di esempi di scritture non alfabetiche descriveremo qui i geroglifici egiziani e gli ideogrammi cinesi.

La strepitosa invenzione egiziana

A partire dal terzo millennio a.C. esiste in Egitto un’amministrazione solidamente organizzata basata su una casta di funzionari, gli scribi. La formazione di costoro postula l’esistenza di scuole e di un insegnamento. Inoltre l’attività diplomatica egiziana implica l’esistenza di interpreti e traduttori. Infine  la lunga durata del regime faraonico ha come risultato l’esistenza di un’insolita abbondanza di documenti d’archivio. Circostanze che collaborano tutte alla creazione prima, alla conservazione poi della scrittura di quella civiltà: i geroglifici.

La scrittura egiziana data dunque intorno al 3000 a.C. Comprende segni grafici o ideogrammi o segni parole, e segni fonetici o fonogrammi o segni suono.

Gli ideogrammi sono segni che rappresentano in modo più o meno stilizzato le forme di esseri e di cose: una mano per una mano, un piede per un piede, una clava, la luna, etc  Finché si tratta di indicare qualcosa il geroglifico funziona bene. Le cose si complicano quando il disegno passa dal senso proprio a quello simbolico. Così il disegno di una clava significa “clava”, o anche “battere”, la falce di luna non significa solo “luna” significa anche “mese”. Come distinguere? il geroglifico rivela i suoi limiti di ambiguità. Uno stesso ideogramma è associato a valori fonici diversi, uno per il significato letterale, uno per il significato simbolico. I geroglifici possono cioè essere polifoni. E la maggior parte dei caratteri egiziani è polifono.

L’ambiguità del geroglifico

Gli scribi combattono in molti modi contro l’ambiguità del geroglifico. Ad esempio distinguono il senso proprio del segno parola con un piccolo tratto verticale, oppure gli mettono vicino un altro segno parola che precisa la categoria semantica del primo. Sono segni che non devono essere letti, ma servono al lettore per interpretare correttamente quel che legge. Si contano circa 200 di questi segni, 80 sono correnti. Se a questo aggiungete che i geroglifici sono circa 3.000, ne segue che per imparare a scrivere correttamente ci vogliono degli anni e una fine manualità.

Capite già la differenza con le scritture alfabetiche, no?

Per eliminare le ambiguità gli scribi ricorrono anche al procedimento del rebus. Accanto al segno parola scrivono uno o più altri segni parola, di cui conservano solo il valore fonico che determina la pronuncia del primo. È un procedimento piuttosto macchinoso, ma interessante perché è un inizio di analisi linguistica.

Si può scomporre un discorso? Quando parliamo, diciamo delle parole. Il discorso è fatto di parole. E questo la scrittura geroglifica lo comprende benissimo. Ogni carattere è una parola. Salvo che ogni parola ha più di un significato. Di qui le acrobazie per far comprendere al lettore correttamente il senso dello scritto. La scrittura geroglifica s’imprigiona in se stessa. Non afferra mai l’idea che le parole stesse si possono scomporre nei suoni che le compongono, che le parole possono essere immaginate come catene di suoni.

Perché gli Egizi non inventarono mai l’alfabeto?

Alcuni linguisti sostengono che la struttura della lingua condiziona la sua scrittura. L’egiziano non ha vocali iniziali né sillabe vocali. Si può concludere che questa lingua semitica a forte struttura sillabica non è portata a stimolare l’analisi della sillaba nelle sue componenti. Altri studiosi propongono invece una spiegazione che esce dal campo linguistico e si avventura in quello sociologico. Secondo questa teoria la casta degli scribi fu il fattore di freno. Gli scribi tendono cioè a perpetuare il loro mestiere. Una scrittura fatta di quasi tremila caratteri ha bisogno di loro, cioè di personale specializzato che li conosca e li sappia tracciare. Ma se i segni per scrivere fossero trenta anziché tremila?

La strepitosa invenzione cinese

Anche in Cina l’invenzione della scrittura è molto antica ( o molto”recente”, a seconda della prospettiva), risale al XIV secolo a.C. sotto la dinastia Shang. Ma alcuni studiosi sostengono che già dal XVII secolo a.C. si riconoscono iscrizioni con ideogrammi cinesi. Non ci sono geroglifici in Cina, c’è una scrittura ideografica i cui caratteri più antichi lasciano intravedere attraverso il loro schematismo una tappa anteriore, databile già al V millennio a.C..

La caratteristica originale di questa scrittura è che i suoi ideogrammi rappresentano ciascuno una sillaba, non perché vi sia consapevolezza della scomposizione della parola in sillabe, ma perché le parole cinesi sono monosillabiche. Sono inoltre politoniche: i monosillabi si possono pronunciare in quattro toni diversi che corrispondono a diversi significati. È dunque la struttura della lingua a determinare la qualità degli ideogrammi.

Per i bisogni comunicativi più sofisticati, la scrittura cinese non adotta nessuna delle misure utilizzate dagli scribi egiziani. Costruisce invece un nuovo ideogramma, adatto ad esprimere la nuova idea. Tutta la scrittura acquista così un carattere unico e impressionante per l’assenza quasi totale di economia. Il vocabolario di Kangxi elenca quasi 50.000 ideogrammi, benché nella vita quotidiana ne bastino (si fa per dire!) otto/novemila.

Moltiplicazione degli ideogrammi

La scrittura cinese si fonda dunque su un principio opposto a quello che abbiamo adottato in Occidente. I nostri antenati scelsero la via della massima economia dei segni scritti. In Cina praticarono la scelta opposta, in astratto la via più inverosimile. Però il loro sistema di scrittura funziona ed è in uso da secoli e secoli. Ha richiesto una casta di scribi, i mandarini specializzati nell’arte della scrittura e molto potenti. Tuttavia il nostro secolo anche per la Cina è quello in cui c’è la più alta diffusione della scrittura, grazie alla tecnologia.

Raccontavo il mese scorso la liberazione che già la macchina per scrivere e poi la videoscrittura regalano a chi usa comunque un sistema alfabetico. Immaginate quanto questi strumenti abbiamo influito sulla capacità di scrivere in un ambiente come quello cinese! I problemi cinesi non sono più di natura tecnica, sono casomai legati alla mancanza di libertà di espressione. Ma questo è un altro discorso.

L’invenzione dell’alfabeto: stellare! 

1993. Egitto. Presso Wadi el-Hol, la “valle del terrore” che taglia il deserto occidentale egiziano fra Tebe e Abido nell’Alto Egitto. Due egittologi americani John e Deborah Darnell s’imbattono in alcune iscrizioni, semplici, ma ancora indecifrate. Riconoscono immediatamente alcune forme di scrittura protosinaitica e protocananea associate con i primi segni alfabetici presenti nella penisola del Sinai e, più a nord, nel territorio cananaeo della Siro-Palestina, risalenti al 1600 a.C. circa. Ma le iscrizioni rinvenute in terra egizia sono databili, per associazione con altri materiali dell’epoca, fino a 250 anni prima. 

Le origine dell’alfabeto stanno qui in queste iscrizioni datate intorno al 1.850 a.C.

Vi compaiono la testa di toro dell’“aleph”, il segno ondulato usato nei geroglifici per indicare l’acqua, il segno a spirale per indicare la casa, che in egiziano si legge p-r, ma nelle forme semitiche occidentali dà “beth” in ebraico, “beit” in arabo e “beta” in greco.

A singolo segno, singolo suono

L’idea stellare è come tutte le idee scintillanti molto semplice: perché assegnare ad un segno grafico una parola intera? Una parola non è che una catena di suoni. Dunque nell’alfabeto ad un segno grafico corrisponde un solo suono, una sillaba inizialmente presso i Fenici.

La scrittura è dunque la rappresentazione grafica del suono, è suono che si può vedere.

La possibilità di usare, in ogni lingua, meno di trenta segni per riprodurre una parola sarà sembrata agli scribi egizi, o ai mandarini cinesi, abituati a usarne centinaia, una rozza semplificazione.

Ma il primo alfabeto era invenzione che serviva ai mercanti fenici per i loro conti, rispondeva ad una necessità pratica. L’importante, nella diffusione del metodo, era la semplicità del principio di base, la sua facilità di apprendimento, l’adattabilità a quasi tutte le lingue e il fatto che liberava i mercanti dal potere degli scribi dei templi, reali e militari. Con il nuovo alfabeto chiunque era in grado di tenere i propri registri contabili e condurre i propri affari.

In Grecia l’alfabeto fenicio acquista anche le vocali: il segno grafico rappresenta un suono, uno solo, non una sillaba, la sillaba è definitivamente suddivisa nei suoni che la compongono.

L’alfabeto latino

I romani che conquistarono la Grecia e le sue colonie, seppero usare i Greci, presi prigionieri e fatti schiavi, ma alfabetizzati. Gli schiavi dei romani potevano essere un Livio Andronico (280-200 a.C. circa), greco di Taranto, pedagogo dei figli del suo padrone che poi lo affrancò, e traduttore dell’Odissea in latino.

A Roma era diffusa la pratica di affidare a schiavi il lavoro della scrittura. Potremmo ricordare che Cicerone aveva per segretario, uno dei suoi schiavi, Tirone. Il padrone lo ricorda spesso come un aiuto indispensabile.

Ma non pensate che il ruolo degli schiavi come segretari sia segno di sottovalutazione o disprezzo della scrittura! anzi, è un segno della sua importanza e della sua estensione, così ampia da richiedere l’aiuto di segretari addetti.

D’altra parte i romani imparano più o meno tutti, se non a scrivere, a leggere. Lo testimonia il costituirsi delle biblioteche, private e pubbliche. A Roma sotto l’imperatore Costantino nel IV secolo d.C. c’erano ventinove biblioteche pubbliche. Il grado di alfabetismo raggiunto dalla popolazione europea nel V secolo d.C. non fu mai più uguagliato fino all’epoca moderna.

Con il dominio politico di Roma si impone anche l’egemonia culturale latina. Nell’Europa occidentale dalla Scandinavia al Mediterraneo si afferma l’uso dell’alfabeto latino, che convive con quello greco, e più tardi con quello cirillico nella parte orientale d’Europa

Gli sviluppi della lontana invenzione greca sono dunque enormi, profondi, duraturi come tante altre cose greche. L’alfabeto greco è pura genialità. È un oggetto smart, sofisticato, perennemente intrigante: come la democrazia, come la filosofia!

FONTI

Clayton, Ewan, Il filo d’oro. Storia della scrittura, Bollati Boringhieri, Torino, 2014, ed digitale ISBN 978-88-339-7362-3

Ferrara, Silvia, La grande invenzione. Storia del mondo in nove scritture misteriose, Feltrinelli, Milano, 2019. edizione digitale 2021 ISBN 9788858844045

Mounin, George, Storia della linguistica dalle origini al XX secolo, tr.it. Feltrinelli, Milano, 1968

Crediti: Illustrazione da pixabay.com

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